Gino Armaroli nasce a Sasso Marconi, dopo il servizio militare entra nella Resistenza e su invito del partigiano Mario (Sante Vincenzi) rientra nell’esercito come sabotatore poi, nel febbraio del ’44, sale sull’appennino forlivese e si unisce all’8° Brigata Garibaldi.

Il grande rastrellamento di aprile lo spinge verso le alture tra Imola e Faenza, dove si sta formando la 36° Brigata Bianconcini. Armaroli ha 21 anni e in breve diventa comandante di compagnia. Con il suo gruppo partecipa ai violenti scontri di Monte Battaglia, sopra Casola Valsenio: “Dopo alcuni giorni di aspri combattimenti, alcuni compagni si congiunsero con gli alleati creando un fronte comune. La mia compagnia doveva proteggere lo schieramento dagli attacchi tedeschi, resistendo dentro le mura di un cimitero. Per ricongiungerci alla brigata sfondammo le linee perdendo diversi uomini e sentendoci sparare addosso anche dagli americani. Fortunatamente durò poco e potemmo riunirci ai nostri.”


Verso la fine della battaglia, Armaroli viene colpito da una granata, ma continua a combattere finché il Moro, commissario politico, e Nino, vice comandante, si accorgono che la gamba del compagno è a penzoloni, così lo caricano in spalla e lo portano al sicuro. Sopravvive, ma all’ospedale da campo di Firenzuola gli viene amputato l’arto senza anestesia.
Lo vediamo al centro della prima foto, mentre stringe il vessillo della sua compagnia, dedicato a Loredano Bettini, marmista e partigiano della 4° Garibaldi morto in combattimento.


